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Fibromialgia, scoperta la base genetica della malattia: perché questa ricerca potrebbe cambiare tutto

Дата публикации: 29-07-2026 15:58:02

Uno studio pubblicato su Nature Medicine, rilanciato da Ansa, ha individuato 26 regioni del Dna associate alla fibromialgia, rafforzando l'ipotesi che si tratti di una malattia del sistema nervoso e non di un disturbo psicologico. Ecco che cosa cambia per chi convive con dolore cronico, stanchezza e disturbi del sonno e quali sono i limiti della ricerca

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Per anni molte persone con fibromialgia si sono sentite ripetere che «gli esami sono normali» o che il dolore fosse dovuto soprattutto allo stress e a un disagio psicologico. Ora un maxi-studio internazionale rafforza l’ipotesi che dietro questa sindrome ci sia una precisa vulnerabilità biologica, legata in particolare al funzionamento del cervello e del sistema nervoso. La ricerca, pubblicata su Nature Medicine e rilanciata in Italia da ANSA, ha individuato 26 regioni del genoma associate al rischio di sviluppare la fibromialgia. È uno dei risultati più importanti ottenuti finora nello studio di una condizione caratterizzata da dolore e indolenzimento diffusi, stanchezza persistente, sonno non ristoratore, difficoltà di memoria e concentrazione e alterazioni dell’umore.

Fibromialgia: che cos’è, chi ne soffre e i consigli per riconoscere i sintomi

La fibromialgia interessa circa il 2 per cento della popolazione mondiale e viene diagnosticata molto più frequentemente nelle donne. Lo studio non mette ancora a disposizione un test genetico né una nuova cura, ma offre una base biologica più solida a una malattia che per decenni è stata poco compresa e, non di rado, sottovalutata.

Fibromialgia, che cosa ha scoperto il maxi-studio

I ricercatori del Sinai Health, dell’Università di Toronto e di numerosi centri internazionali hanno analizzato i dati genetici di 2.563.755 persone, tra cui 54.629 con fibromialgia, provenienti da undici coorti.

La ricerca, intitolata The genetic architecture of fibromyalgia across 2.5 million individuals, è stata pubblicata su Nature Medicine il 28 luglio 2026. Attraverso una metanalisi di studi di associazione sull’intero genoma, o GWAS, gli studiosi hanno identificato 26 loci genetici, cioè regioni del DNA, associati a una maggiore probabilità di sviluppare la sindrome. Molti dei geni individuati sono coinvolti nella funzione cerebrale, nella comunicazione tra le cellule nervose e nei meccanismi attraverso cui il sistema nervoso elabora il dolore. Non si tratta della scoperta di un unico “gene della fibromialgia”. Come accade per molte condizioni complesse, il rischio sembra dipendere dall’interazione tra numerose varianti genetiche, fattori ambientali, esperienze individuali e condizioni di salute.

Il legame con il gene della malattia di Huntington

Tra i dati più sorprendenti dello studio c’è il coinvolgimento di una variante localizzata nel gene HTT, noto perché le sue mutazioni causano la malattia di Huntington, una patologia neurodegenerativa ereditaria.

È stato inoltre identificato il possibile ruolo di GPR52, un recettore che contribuisce a regolare i livelli di huntingtina, la proteina prodotta dal gene HTT. GPR52 è già studiato come possibile bersaglio farmacologico nella malattia di Huntington. Questo dato non significa che chi soffre di fibromialgia sia destinato a sviluppare la malattia di Huntington, né che le due condizioni siano equivalenti. Suggerisce, piuttosto, che alcuni circuiti biologici e neurologici coinvolti nella regolazione del dolore potrebbero avere elementi in comune e meritare ulteriori approfondimenti.

La fibromialgia è una malattia del sistema nervoso?

Uno dei risultati centrali della ricerca è che l’ereditarietà della fibromialgia appare concentrata nei tessuti cerebrali e nelle cellule nervose. Secondo gli autori, si tratta della prova genetica più robusta ottenuta finora a sostegno dell’ipotesi che la fibromialgia sia principalmente un disturbo del sistema nervoso centrale. Il sistema nervoso delle persone che ne soffrono potrebbe elaborare, modulare e amplificare gli stimoli dolorosi in maniera diversa. È il meccanismo che viene spesso descritto con il termine sensibilizzazione centrale: segnali che normalmente sarebbero innocui o poco dolorosi possono essere percepiti come intensi e persistenti.

«Questo lavoro cambia radicalmente il nostro modo di pensare alla fibromialgia», ha dichiarato Michael Wainberg, coautore senior dello studio, secondo quanto riportato da ANSA. «Per decenni, ai pazienti è stato detto che il loro dolore era semplicemente di origine psicologica. I nostri risultati confermano che la condizione ha una chiara base biologica». La scoperta non autorizza però a concludere che gli aspetti psicologici siano irrilevanti. Stress, ansia, depressione, traumi e qualità del sonno possono influenzare l’intensità dei sintomi e la capacità di convivere con il dolore, come avviene in molte malattie croniche. Questo non significa che ne rappresentino necessariamente la causa o che il dolore sia immaginario.

È davvero esclusa un’origine autoimmune?

ANSA sottolinea che i risultati rafforzano l’interpretazione della fibromialgia come disturbo del sistema nervoso, più che come malattia autoimmune. È però opportuno mantenere una certa cautela. Uno studio genetico individua associazioni e possibili meccanismi biologici, ma non consente da solo di escludere definitivamente il coinvolgimento di altri sistemi dell’organismo. Negli ultimi anni alcune ricerche hanno esplorato anche il possibile ruolo del sistema immunitario e della neuroinfiammazione, senza arrivare ancora a una spiegazione conclusiva e condivisa.

Il nuovo lavoro sposta con decisione l’attenzione verso il cervello e i circuiti nervosi, ma la fibromialgia resta probabilmente una condizione complessa e multifattoriale.

Perché fibromialgia, colon irritabile e lombalgia compaiono spesso insieme

La ricerca ha rilevato anche una forte sovrapposizione genetica tra la fibromialgia e altre condizioni, tra cui lombalgia cronica, sindrome dell’intestino irritabile e disturbo da stress post-traumatico. Secondo gli studiosi, alcune persone potrebbero possedere una vulnerabilità biologica comune, capace di aumentare la sensibilità del sistema nervoso al dolore, agli stimoli provenienti dagli organi interni e allo stress.

Questo potrebbe contribuire a spiegare perché chi ha la fibromialgia presenta spesso anche disturbi intestinali, cefalea, dolore pelvico, stanchezza, problemi del sonno o altre sindromi dolorose persistenti. Non significa che tutte queste condizioni siano uguali, ma che potrebbero condividere alcuni meccanismi di regolazione nervosa.

La scoperta permetterà di fare un test genetico?

Non nell’immediato. Le varianti individuate modificano il rischio statistico, ma non consentono di prevedere con certezza chi svilupperà la fibromialgia. Una persona può possedere alcune varianti associate alla sindrome e non ammalarsi mai; un’altra può svilupparla senza presentare tutte le varianti emerse dallo studio. Al momento, quindi, non esiste un test genetico diagnostico per la fibromialgia.

La diagnosi resta clinica e si basa sulla presenza di dolore diffuso e persistente, sull’insieme dei sintomi e sulla valutazione medica. Gli esami vengono utilizzati soprattutto per escludere altre patologie capaci di provocare manifestazioni simili.

Cambieranno le cure per la fibromialgia?

Lo studio non introduce una nuova terapia e non permette ancora di sapere se i geni individuati potranno diventare bersagli farmacologici efficaci. La scoperta di GPR52 e di altri geni legati alla funzione nervosa apre però nuove strade alla ricerca. In futuro potrebbe aiutare a individuare sottogruppi di pazienti con meccanismi biologici differenti e a sviluppare trattamenti più mirati.

Oggi la gestione della fibromialgia continua a richiedere un approccio personalizzato e multidisciplinare. Le raccomandazioni EULAR per la gestione della fibromialgia attribuiscono un ruolo centrale all’attività fisica graduale e adattata alla persona. In base ai sintomi possono essere affiancati educazione sulla malattia, interventi per migliorare il sonno, tecniche di gestione del dolore e dello stress, supporto psicologico e, quando indicato dal medico, trattamenti farmacologici.

L’obiettivo non è seguire lo stesso schema per tutti, ma individuare quali fattori pesano maggiormente nella singola persona: dolore, stanchezza, insonnia, difficoltà cognitive, ansia, depressione o riduzione della capacità di movimento.

Perché la scoperta è importante anche sul piano psicologico

Il valore dello studio non riguarda soltanto la genetica. Per chi convive con la fibromialgia, vedere riconosciuta una base biologica può avere un impatto psicologico profondo.

Il dolore cronico è già difficile da sopportare. Diventa ancora più pesante quando viene messo in dubbio da familiari, colleghi o perfino da alcuni professionisti sanitari. Sentirsi dire che «è solo stress» può alimentare senso di colpa, vergogna e isolamento, oltre a ritardare la diagnosi e l’accesso alle cure.

Affermare che la fibromialgia coinvolge il sistema nervoso non significa negare il rapporto tra corpo e mente. Significa riconoscere che il dolore è reale, anche quando radiografie, analisi del sangue e altri esami non mostrano lesioni evidenti. La ricerca pubblicata su Nature Medicine rappresenta dunque un passaggio importante, ma non definitivo. Chiarisce che esiste una vulnerabilità genetica e neurologica; ora sarà necessario capire come questa predisposizione interagisca con l’ambiente, lo stress, il sonno, le esperienze traumatiche e gli altri fattori che possono contribuire all’esordio o al peggioramento dei sintomi.

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