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Perché nessun video “parla da solo”

Дата публикации: 13-03-2026 10:11:41

Meglio non partire dalle tragedie recenti, sarebbe troppo forte la spinta a schierarsi. A caldo tutti quanti abbiamo detto la nostra sull’uccisione di Renée Good e di Alex Pretti da parte di agenti dell’ICE. Ripensando a quei filmati adesso, difficilmente apriremmo la porta al dubbio. Lasciamo stare, per gli stessi motivi, il video con gli […]

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Meglio non partire dalle tragedie recenti, sarebbe troppo forte la spinta a schierarsi. A caldo tutti quanti abbiamo detto la nostra sull’uccisione di Renée Good e di Alex Pretti da parte di agenti dell’ICE. Ripensando a quei filmati adesso, difficilmente apriremmo la porta al dubbio. Lasciamo stare, per gli stessi motivi, il video con gli antagonisti pro-Askatasuna che pestano il poliziotto. Per parlare del peso e dell’interpretazione delle prove visive prendiamo piuttosto un vecchio caso. C’è un incidente, in particolare, che è avvenuto negli Stati Uniti nel 2001 ed è diventato un punto di riferimento per psicologi e professionisti del diritto.

Le immagini, riprese dalla telecamera installata su un’auto della polizia, mostrano un inseguimento culminato in uno schianto che lascerà paralizzato il fuggitivo. Dopo aver visionato il filmato, i giudici di grado inferiore hanno concluso che l’agente-inseguitore aveva esagerato. Quando il procedimento è arrivato alla Corte Suprema, però, otto giudici su nove hanno interpretato le stesse evidenze in maniera opposta: l’uomo in fuga rappresentava un pericolo pubblico e la polizia ha fatto il proprio dovere. La Corte ha caricato il video sul suo sito ufficiale invitando chiunque a giudicare con i propri occhi e il caso (Scott v. Harris) è diventato l’oggetto di un esperimento descritto sulla Harvard Law Review.

In breve, il video è stato mostrato a 1.350 americani e la maggioranza si è detta d’accordo con il verdetto finale. Sono emerse, comunque, forti divergenze di opinioni, a seconda dell’orientamento culturale e della provenienza sociale degli interpellati. Il motto “vedere per credere” si ribalta in “credere per vedere” perché guardiamo ciò che accade attraverso il filtro di esperienze e idee politiche. Quanta fiducia avete nelle forze dell’ordine? Quanto siete sensibili all’allarme sicurezza?

Ci sono meccanismi per cui troviamo più convincenti le interpretazioni che sembrano darci ragione (bias di conferma) e quelle che ci fanno sentire in sintonia con la nostra cerchia di amici (in group bias), ma possono entrare in gioco anche altri fattori. Come spiega Scientific American in un pezzo dedicato al “perché le persone vedono cose diverse”, le immagini al rallentatore accentuano la percezione di intenzionalità. Guardandole infatti ci sembra che il protagonista abbia più tempo per decidere come agire. Le riprese mosse, come quelle di una bodycam, fanno apparire gli eventi più intensi. La prospettiva da cui viene filmata una scena influenza in modo significativo il giudizio di chi guarda. L’attenzione selettiva può concentrarsi su un dettaglio e trascurarne altri. Molti esperimenti hanno indagato questi effetti, ricordiamocene davanti al prossimo video che “parla da solo”.

(Pubblicato il 13 marzo 2026 insieme al commento di Chiara Lalli)

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