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Viterbo, cinque scheletri nella necropoli di Selvicciola svelano le malattie del passato

Дата публикации: 01-01-1970 00:00:00

Cinque scheletri ritrovati nella necropoli di Selvicciola, nel Viterbese, potrebbero conservare le tracce di antiche infezioni fungine. È quanto emerge da uno studio internazionale, al...

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Cinque scheletri ritrovati nella necropoli di Selvicciola, nel Viterbese, potrebbero conservare le tracce di antiche infezioni fungine. È quanto emerge da uno studio internazionale, al quale ha partecipato la Sapienza Università di Roma, pubblicato sulla rivista scientifica Scientific Reports. Una ricerca che permette di conoscere meglio anche le condizioni di salute delle comunità che vivevano in questa parte dell'Italia centrale tra la tarda Antichità e l'Alto Medioevo.

Le infezioni causate dai funghi rappresentano oggi un problema sanitario crescente, ma sappiamo ancora poco sulla loro diffusione nelle popolazioni vissute secoli fa. Uno dei motivi è la difficoltà di riconoscere con certezza una micosi nei resti umani antichi. A distanza di molti secoli, infatti, sono soprattutto le ossa a conservare le conseguenze delle malattie, mentre gran parte delle altre informazioni biologiche è andata perduta.

Per cercare nuove risposte, un gruppo di ricercatori ha studiato cinque individui provenienti dalla necropoli di Selvicciola, nel territorio di Viterbo, risalenti al periodo compreso tra la tarda Antichità e l'Alto Medioevo. Un arco di tempo particolarmente importante per la storia dell'Italia centrale, segnato dalla trasformazione del mondo romano e dalla nascita di nuovi assetti sociali e insediativi.

Sugli scheletri sono state individuate diverse alterazioni delle ossa che potrebbero essere compatibili con infezioni fungine croniche. Non si tratta quindi soltanto di stabilire quali malattie potessero colpire queste persone. I risultati possono fornire nuovi elementi per ricostruire le condizioni di salute delle comunità che abitavano l'Italia centrale durante questa lunga fase storica.

Per studiare i resti, gli esperti non si sono limitati all'osservazione delle ossa. Alle tradizionali analisi paleopatologiche, cioè allo studio delle malattie attraverso i resti umani antichi, hanno affiancato la tomografia computerizzata e la ricostruzione tridimensionale. Queste tecnologie hanno permesso di esaminare anche parti interne del cranio difficili da osservare dall'esterno, comprese le tracce lasciate dai vasi delle meningi e le cavità nasali. Dettagli che possono diventare importanti quando si cerca di distinguere gli effetti prodotti da patologie differenti.

«Le infezioni fungine sono probabilmente sottostimate in paleopatologia, perché le lesioni che producono possono essere poco specifiche», spiega Ileana Micarelli del Dipartimento di Biologia ambientale della Sapienza. «Il nostro obiettivo è stato quello di proporre un sistema diagnostico più trasparente e riproducibile, che integri l'analisi differenziale delle lesioni ossee con un "threshold method" ("metodo della soglia" ndr), classificando le caratteristiche scheletriche in base alla loro rilevanza diagnostica come fortemente diagnostiche, diagnostiche o suggestive di infezione micotica».

Un ruolo importante nello studio è stato attribuito anche all'ambiente nel quale vivevano gli abitanti dell'area di Selvicciola. Il paesaggio era caratterizzato da zone rurali, terreni coltivati, corsi d'acqua e cavità naturali. Condizioni che potrebbero aver favorito l'esposizione a funghi capaci di provocare malattie, attraverso il contatto con il terreno e con gli animali oppure tramite l'inalazione delle spore. È proprio questo rapporto con il territorio ad aggiungere un altro elemento alla ricerca.

Le malattie non raccontano soltanto la storia biologica di un individuo, ma possono conservare informazioni sul luogo in cui viveva, sulle attività che svolgeva e sulle condizioni ambientali alle quali era esposto quotidianamente.

Secondo lo studio, si tratta della prima identificazione di possibili infezioni fungine in più individui provenienti dallo stesso contesto archeologico. Di quelle persone non conosciamo i nomi né sappiamo quali fossero le loro occupazioni quotidiane. Restano però i segni conservati nelle ossa e il paesaggio nel quale hanno vissuto. Terreni, acqua, animali e cavità naturali che facevano parte della loro vita potrebbero aver lasciato, molti secoli dopo, una traccia anche sulla loro salute.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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