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Da "Late Fame" (il suo ultimo film) alla New York underground degli anni Settanta, Willem Dafoe ripercorre il rapporto con la fama, il passare del tempo e la fine di un’idea di comunità: «Il teatro è sempre stato forza collettiva, non è più così».

Дата публикации: 26-09-2026 13:00:17

Difficile, se scegli di vivere a New York, accettare di non essere un artista. Non c’è newyorchese sotto i 25 che non abbia pronunciato almeno una volta nella vita la frase «I am an artist», anche se in realtà in […]
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Difficile, se scegli di vivere a New York, accettare di non essere un artista. Non c’è newyorchese sotto i 25 che non abbia pronunciato almeno una volta nella vita la frase «I am an artist», anche se in realtà in quel momento per sbarcare il lunario magari lavora come idraulico, baby sitter o fa consegne a domicilio. Ed Saxberger (alias Willem Dafoe nel film Late Fame) è stato un artista a New York quando aveva vent’anni. Ora che è un gagliardo settantenne lavora all’ufficio postale. Di giorno seleziona la corrispondenza, di sera raggiunge gli amici, suoi coetanei, nel bar di quartiere. Giocano a biliardo, chiacchierano, il barista lo conosce bene, non ha nemmeno bisogno che gli ordini il sandwich, sa qual è il suo preferito. A raccontarla così – ma Arthur Schnitzler che ha scritto nel 1895 la novella Fama tardiva (Guanda), da cui il film di Kent Jones è tratto, lo racconta molto meglio – potrebbe sembrare una vita da poco. Ma Ed Saxberger non è un uomo infelice.

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La sua vita potrebbe proseguire com’è, senza scosse, se un giorno non trovasse ad aspettarlo sugli scalini di casa un giovane molto ben vestito. Il ragazzo lo informa che, con la sua comunità di dandy, poeti e intellettuali (la Enthusiasm Society), ha riscoperto l’unica raccolta di poesie pubblicata da Ed mezzo secolo prima e che loro, gli aedi del ventunesimo secolo, hanno decretato, senza ombra di dubbio, che si tratta del prodotto di un genio incompreso, sopravvissuto di una bohème ormai irrecuperabile. La tentazione del “comeback” (il ritorno dall’oblio) è irresistibile…

Late Fame

Willem Dafoe e Greta Lee in Late Fame.

Willem Dafoe, protagonista di Late Fame, un film della maturità

Ed Saxberger è interpretato da Willem Dafoe, che mezzo secolo fa ha davvero fatto parte di una scena culturale particolarmente vitale a New York e che oggi ha una vita molto europea, diviso com’è tra il Veneto dove dirige la Biennale teatro e il Lazio dove vive con la moglie Giada Colagrande e gli animali che, da “Gentleman Farmer” -, parole sue – alleva (galline e alpaca ci risulta).

Late Fame è un film della maturità tanto per lei, come per il regista Kent Jones, critico, archivista, ed ex direttore del New York Film Festival, arrivato al suo secondo film di finzione a 65 anni. Ci parla del confronto con il tempo. Sappiamo che la fama, che è al centro della storia, non è duratura, ma il film dà anche l’impressione che il suo personaggio perda una gran parte di sé lungo la strada. A volte passiamo da una fase della vita – e lei ne ha passate diverse – a un’altra, perdendo parti della nostra identità e cambiando continuamente la nostra storia.

«Penso sia vero. E penso che non sia una cosa negativa. Fa parte della natura umana non accettare il cambiamento. Le persone vanno spesso in crisi di fronte al cambiamento. Non riescono a vederlo come un dono. Sono davvero colpito da come ognuno di noi interpreta le diverse fasi della vita. La società ci dice di comportarci in certi modi e rompere questo schema è molto difficile. Il titolo Late Fame in questo è un po’ provocatorio».

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Fama e giovinezza

Perché la fama è qualcosa che associamo alla giovinezza?

«Davvero! Sei nel pieno delle forze, vai avanti, le persone ti abbracciano, e poi hai questa vita… elevata».

Late Fame

WIllem Dafoe in Late Fame.

Ma se c’è un posto che concede seconde possibilità, questo è l’America. Noi in Europa non ci crediamo molto, e probabilmente lo sa anche lei, che ora è europeo!

«Non parliamo dell’illusione dell’America! (ride) Le seconde possibilità non sono sicuro che esistano davvero, ma Ed non ha mai avuto davvero nemmeno una prima possibilità! È stata solo una falsa partenza. È stata…»

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È stata un’illusione.

«Ed era il prodotto di un’epoca. E quell’epoca se n’è andata, finita. Ma non è sua responsabilità mantenerla in vita. È successo naturalmente. E in questo io mi immedesimo. C’è stato un periodo, a New York, in cui c’era un’esplosione di attività e un modo di fare le cose che era una sorta di anti-carriera, anti-successo. Era un’estetica amatoriale, si trattava di una comunità al servizio di sé stessa, si trattava di cercare di fare un grande lavoro, e basta. Senza nemmeno monetizzare queste cose. Si può dire che fosse ingenuo, ma penso fosse sincero».

C’era poesia nell’aria…

«È così, c’era molta poesia nell’aria. Anche io ero un ragazzo come doveva essere Ed da giovane, quando si è trasferito a New York e ha sentito che c’era poesia nell’aria. Quel ragazzo inizia ad andare ai reading. Poi comincia a scrivere. Diventa parte del tessuto di quella società. Ma quella società è scomparsa. Ed è triste questo? Non lo so. La cosa interessante è che poi, quando quel ragazzo che è cresciuto e invecchiato, carezza la possibilità di rivivere tutto questo, perché i giovani lo ammirano e lo adulano, si rende conto di quanto sono diversi da lui: sono ricchi, orientati a una vera carriera e i suoi versi non li hanno nemmeno letti davvero».

Late Fame

Willem Dafoe con i giovani dandy in Late Fame.

Il confronto tra generazioni nel film Late Fame

Il confronto tra le generazioni porta con sé sempre un tocco di crudeltà.

«Il film ti dà un assaggio di come gira la ruota. La tragedia non è su di lui. Riguarda semplicemente la natura delle cose. E lui ora può farsi la domanda che forse non si sarebbe posta mai: ero felice prima?

Inutile chiedersi cos’è la felicità…

«Tornare alla vita di prima arricchito da quell’esperienza potrebbe esserlo. Certo, per un attimo aveva ritrovato un entusiasmo che credeva sopito, ma poi si dice che forse la sua vita è migliore quando è tranquilla. Tornare al bar con gli amici di una vita è un conforto. Non è una totale resa a una vita noiosa mangiare sempre lo stesso sandwich».

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Soprattutto quando comprende che, all’interno di quella generazione di ragazzi, ci sono fazioni. Lo vediamo anche nel nostro presente: ci sono i ragazzi che lodano la parola, credono nella possibilità di cambiare le cose, e poi ci sono gli influencer. C’erano fazioni anche quando lei era un ragazzo?

«Assolutamente. Ma mettiamo da parte la mitologia. Io ero in un ghetto perché era fantasia che tutti andassimo al Max’s Kansas City (nightclub e ristorante amato da poeti e intellettuali, ndr) e poi dipingevamo la mattina, per andare subito dopo al Mudd Club (nightclub di Lower Manhattan, ndr), andavamo a letto con 800 persone, e la mattina dopo facevamo un pezzo teatrale… Non era proprio così che andavano le cose».

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Willem Dafoe, a destra, con Tom Hiddleston e Genden Phuntsok nel film Tenzing, su Apple TV dal 16 ottobre.

La leggenda di un’epoca, a New York, secondo Willem Dafoe

Quella è la leggenda!

«Sì! (ride) Io lavoravo in un piccolo teatro dove cercavamo solo di creare cose e di sbarcare il lunario. Andavamo lì la mattina, ballavamo per tre ore in modo estatico, poi giocavamo con i testi e cercavamo di creare qualcosa. Mettevamo in scena gli spettacoli e invitavamo la gente, che per lo più era della nostra comunità. Questa era la nostra vita. Non avevamo soldi per uscire tutte le sere ed eravamo disciplinati, lavoravamo ogni giorno. Il teatro richiede tempo e molte prove, e noi eravamo così. E avevamo uno spazio fisico da mandare avanti.

Quindi, per rispondere alla sua domanda sulle fazioni, c’erano le persone “mondane” che erano un po’ l’equivalente degli attuali influencer. Ed erano persone in un certo senso avanti rispetto ai loro tempi. Fiutavano che questa “scena” poteva essere trasformata in arte. Per esempio, c’era tutta una parte di performance nei club la cui qualità era molto improvvisata. Queste persone non lavoravano sodo come noi a teatro, con quella fatica continua nel cercare di perfezionare qualcosa. Per loro lo stile di vita era la cosa principale ed era il loro lavoro: stavano “recitando” la propria vita. È da lì che è nata molta di quella roba autobiografica, come i monologhi, che è venuta dopo». 

Appartenere a una classe sociale o a un’altra cambiava le cose?

C’era un fortissimo senso di spaccatura tra Uptown e Downtown. La battuta dell’epoca era: «Se vai sopra la 14ª Strada ti viene il sangue al naso».

«Non voglio diventare nostalgico»

Lei frequentava entrambi gli ambienti o era settario?

Io ero di Downtown. Quando mi sono trasferito a New York, non sapevo molto. Avevo lavorato in teatro, ma ero piuttosto ingenuo su molte cose. Mi sono ritrovato a gravitare verso Downtown perché la gente era più interessante. E man mano che diventavo un po’ più “radicalizzato” socialmente – dato che ero un ragazzo della classe media che all’improvviso diventa povero, vivendo in un brutto quartiere, conoscendo tossicodipendenti, piccoli criminali – trovavo tutto molto stimolante. E pensavo che quelle fossero le persone giuste. A Uptown, invece, c’erano i ragazzi di New York, alcuni dei quali erano ricchi, avevano un’ottima istruzione. A Downtown c’era molta gente che veniva da ovunque, dal Midwest, ragazzi della classe media arrivati a New York per fare gli artisti, e il mondo di Uptown non era necessariamente accessibile per loro, quindi si sono creati il proprio. Non voglio diventare nostalgico, c’era molta fuffa, ma la cosa bella è che le persone prendevano uno spazio anche piccolissimo e ci facevano cose. Facevano cose e basta».

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La fine dell’epoca del “noi”

Forse qualcosa di cui dovremmo essere nostalgici c’è, e il film lo dice: la bellezza e l’entusiasmo di appartenere a una comunità. C’era molto più “noi” all’epoca…

«Quella comunità ora è virtuale. Ora è tutto una sequenza di individui. Come vogliono i neoliberisti, come diceva Margaret Thatcher quando sosteneva che “la società non esiste, esistono solo gli individui”. Sembra che abbiano portato a termine quella missione, ed è molto triste. Politicamente e socialmente. Ed è questo per cui lottiamo, non solo per la scomparsa delle sale cinematografiche, ma anche per il teatro. Il teatro è sempre più riservato ai ricchi. Ci ho pensato molto mentre preparavo la Biennale. Il teatro ha un linguaggio raffinato ora, ma è anche diventato vuoto perché non è più stato rinnovato, da allora, da quel periodo così radicale».

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Willem Dafoe, in primo piano, in Tenzing.

È una visione molto pessimista…

«Purtroppo, per sostenersi il teatro oggi è diventato o commerciale o istituzionale, mentre la forza del teatro è sempre stata la comunità: persone al servizio di una comunità. Ricordo che Liz LeCompte, quando ero nel Wooster Group – era la mia partner (da lei ha avuto suo figlio, Jack, nel 1982, ndr) – diceva sempre: “Noi siamo un teatro di comunità”. E io non volevo sentirlo! (ride) Perché volevo pensare che fossimo artisti che facevano cose grandi. “Teatro di comunità” aveva quella brutta connotazione un po’ paesana».

Parrocchiale?

«Sì, sì, sì! (ride) Ma c’era qualcosa lì. Il contatto con chi ti sta guardando e il perché stai recitando era più solido, coinvolgeva quella comunità. Mentre quando vai a teatro oggi, a volte la gente si limita a “timbrare il cartellino”. È l’individuo che timbra il cartellino per tirarsela e dire: «Sì, certo, ho pagato i miei 600 dollari per vedere Hamilton» (ride), capisce!»

Non è più per la gente. Pochi possono permetterselo.

«Come per ogni cosa, si arriva al punto di rottura. E noi ci siamo quasi»,

Dovremo ricominciare da capo.

«E questo è un bene».

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