«Le previsioni elettorali sono tutte false, tranne quelle falsifichiamo noi». Lo diceva quel genio di Winston Churchill. Quindi, per capire chi vincerà nel prossimo voto,...
«Le previsioni elettorali sono tutte false, tranne quelle falsifichiamo noi». Lo diceva quel genio di Winston Churchill. Quindi, per capire chi vincerà nel prossimo voto, più che ai sondaggi occorre guardare alle posture dei vari leader, ai format personali e di partito che stanno mettendo in campo, al gioco dell’uno contro l’altro e del tutti contro tutti. Ieri, da questo punto di vista, è stata una giornata molto indicativa. Si è avuto il vero inizio della campagna elettorale, e cinque aspiranti premier sono andati in scena, ognuno nel suo evento (Meloni a Roma, Schlein tra Parma e Bologna, Salvini a Pontida, Conte a Milano, Vannacci a Orvieto con Alemanno) e ognuno con la propria narrazione. Anche diversa rispetto a quella che è stata in vigore fin qui.
Prendiamo Meloni. Pochi giorni fa, alla festa della longevità del suo governo celebrata a Bari, è sembrata appesantita delle fatiche di Palazzo Chigi. Ieri invece è sembrata più agile nell’attaccare la sinistra («Come mai le opposizioni non cantano Bollo Ciao?») e più decisa a rivaleggiare con Vannacci. Cercando, a meno che non sia già troppo tardi, di togliergli i temi identitari. Una tecnica elettorale, del tipo: non è vero che la vera destra è il generale, la destra - anche radicale - continuiamo ad essere noi. E ora Vannacci come farà a prendere altri spazi a droite, visto che “pas d’ennemi à droite” sembra essere la via scelta dalla premier da qui al momento delle urne (salvo ulteriori cambiamenti)?
Quanto a Conte, il fronte nuovo lo vuole rappresentare lui. Contrappone alla sinistra modello socialdemocratico del Pd e di Avs un progressismo programmatico improntato al pacifismo e al disarmo. «Siamo obbligati ad essere radicali, perché oggi ogni compromesso è impossibile», è il mantra di Conte. Il quale, come si sa, è una volpe della politica, e per ora questa postura gli serve per vincere le primarie prima ancora che tutto il resto, e poi - per esempio su Kiev - chissà, considerando che è concavo e convesso l’avvocato pugliese di stampo democristiano di sinistra.
E comunque nel giorno di partenza del Giro d’Italia per vincere il trofeo delle Politiche, Meloni, determinata a smentire sondaggi e sensazioni e a giocarsi tutto al massimo, tra gli avversari l’unica che ha citato è stata Schlein. Ovvero: ha impostato la gara donna contro donna («Cara, se non trovi argomenti contro di me, te li passo io sottobanco»), destra storica contro sinistra storica. Nella speranza, come si dice in gergo calcistico, di vincere di corto muso. Anche se gli altri non si accontentano di essere dei comprimari. Di Tajani si sa: ha la postura di un centrodestra popolare europeo, solido e rassicurante. Ma Salvini?
Era arrivato in difficoltà a Pontida ma poi s’è visto sul campo che l’unico leader momentaneamente a disposizione della Lega è lui. I suoi contendenti sono capi territoriali, settentrionalisti di cui si stenta a credere che possano prendere il posto di un capo che compie errori ma ha una visione nazionale e non soffre di rigurgiti nordisti fuori tempo massimo. Il non mi faccio logorare di Salvini s’è concretizzato nel lancio del congresso subito che significa, prosaicamente: le liste elettorali le faccio io in libertà, perché io vincerò il congresso.
Una giornata di chiarimenti e cambiamenti, ecco, quella che s’è appena svolta. Esempio: considerando il radicalismo del programma pentastellato, molto adatto a rassicurare gli ex grillini e a portarli nell’alveo contiano, siamo sicuri che nel caso la candidata premier del centrosinistra sia Schlein l’elettorato M5S si precipiti in massa a votarla? Sarebbe la diserzione in cui spera il centrodestra. Che crede di poter svuotare Vannacci mentre il Campo Largo viene svuotato dalla fuga degli ex grillini. I quali, nell’ottica di Conte, saranno invece i portatori della vera alternativa.
Quanto a Schlein, il suo format è quello dell’economia che non va, oltre all’insistenza sui servizi sociali carenti. Elly - così si dice nel popolo della sinistra - nutre un ottimismo della volontà ma c’è anche il pessimismo della ragione che è quello di molti del suo partito, secondo cui per vincere contro Meloni serve un federatore, un nuovo Prodi. Proprio per scongiurare l’arrivo di un papa (Manfredi?) o di una papessa (Salis?) stranieri, la segretaria dem fa concessioni ai riformisti («Senza una pace giusta dobbiamo sostenere l’Ucraina») e si mostra più prudente rispetto alla linea di Conte.
Ma nella corsa al voto, si fanno promesse che poi non è detto convenga o si possa mantenere. E anche questo rende la festa elettorale - ostiniamoci a chiamarla così - uno spettacolo che vale sempre la pena di vivere.
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